sabato. clic cloc, clic cloc. ore 19.30, si apre. noi muniti solo di blocchetto per le comande e parannanza, loro dotati di i-phone e dialetti incomprensibili.
sono i turisti delle luci d’artista. sono persone provenienti da luoghi dimenticati da dio e dalla civiltà. hanno passeggini e bambini e sanno come usarli, fate attenzione.
li ho sentiti chiedere FUNGI, li ho sentiti chiedere che sapore ha una fanta, li ho sentiti chiedere meloncelli (e qui sono rimasta basita perché meloncello ha 4 sillabe), li ho visti fare rutti da inquinamento acustico in pubblico, li ho visti mentre si contendevano un pezzo di cornicione, li ho visti masticare a bocca aperta.
quando ho detto ‘non ne ho idea’, li ho sentiti chiedermi di PARLARE FACILE perché non avevano capito.
ogni sera, un pezzetto di me e di umberto eco muore.
magari in questi casi, fare un documentario non sarebbe male.
signor sindaco, ecco, questa è la gente che viene a vedere le tue luci d’artista. gente che firma con la x, gente che non capisce quando uno parla, gente che ti sceppa di mano le pietanze, gente che mangia dimentica di ogni contegno, gente senza istinto di autoconservazione, gente che (non si è capito come) si presenta con sei passeggini e quattro bambini… non voglio fare beautiful mind, ma qualcosa non quadra.
caro sindaco, i tuoi turisti collezionano figure di merda a iosa.
ogni sabato il mio rango sembra una città dopo un bombardamento della seconda guerra mondiale. ogni domenica i miei tavoli sembrano il bangladesh, la cui capitale è il tavolo ottantanove. ma non erano finiti i tempi delle invasioni barbariche? non ci eravamo evoluti?
e soprattutto, dov’è finita la selezione naturale?