un mio amico ha scritto un fatto troppo toccante. gli abbiamo detto di mandarlo a qualche redazione, a qualche giornale, a qualche fatto dei media.. ma, dato che è notoriamente un inzallanuto, non ci è stato a sentire.
dato che il mio blog di merda, aperto a schiovere, oggi festeggia gli undicimila lettori (fatti sicuro a crack o ‘mbriachi a robba ammischiata), ho pensato di riportare qui la peste del mio inzallanuto, ma intelligente, amico.
Alcune personalissime considerazioni a proposito del peggiore dei mali che affligge il nostro secolo : la disoccupazione.
Ora c’è un gran parlare di come le istituzioni lascino da soli i cittadini ignorando le loro richieste. Ma siamo proprio sicuri che siano le istituzioni il problema? Non è che prima di accusare enti che dovrebbero rappresentarci ci dobbiamo prima fare un esame di coscienza ed arrivare alla conclusione che questi enti ci rappresentano fin troppo fedelmente?
Parlo per esperienza personale (non sono il tipo a cui piacciono particolarmente gli slogan), ma a me sembra che da quando sono diventato disoccupato sono diventato anche una specie di appestato. Mi capitano quelle cose che non mi aspettavo sarebbero successe nemmeno nel peggiore degli incubi. Non mi caga nessuno, manco di striscio. Parlo dei cosiddetti amici, delle reti delle nostre conoscenze, quelle reali, non quelle dei social network..
Non ricevi una telefonata nemmeno dal più assillante dei call center, manco già lo sapessero. E ci sono tutti, eh!
Ma i peggiori sono proprio i professoroni marxisti, i militanti di sinistra, i comunisti della prima ora, sempre pronti a saltare sulla barricata nel nome di una eguaglianza sociale (“evviva! Siamo tutti più buoni! Più siamo e più belli sembriamo!”).
Quando la prima cosa che dovrebbero fare, in nome di quella solidarietà il cui significato forse è a loro assolutamente sconosciuto, sarebbe prendere in mano il loro iPhone ultima generazione e ricordarsi una volta per tutte a cosa serve quell’oggetto: telefonare! Far sentire la tua voce ad un amico, anche per chiedere un’aspirina, e fare seguire questa richiesta con un semplice: “come stai?”.
Senza parlare di quelli che davvero potrebbero fare qualcosa, ma non lo fanno “perché sai, non ho avuto proprio tempo”. Non funziona così, è proprio il tuo tempo quello che chiediamo, io e tanti altri come me.
Il vostro tempo, non denaro o compassione, solo il vostro tempo. Perché il momento più difficile delle nostre giornate senza fine è il mattino; quando ci mettiamo davanti allo specchio senza riconoscerci più.
Fino a ieri eri qualcuno, ti presentavi alla gente ed alla domanda: “cosa fai nella vita?” la risposta era bella e pronta, già in tasca come quel bigliettino da visita che se avessi ancora avrebbe lo stesso significato di un necrologio, solo che su quel necrologio adesso c’è scritto il tuo di nome e non quello di un altro.
Il senso di disorientamento è grande, quando prima il tuo tempo era scandito da una routine quotidiana fatta di telefonate, fogli elettronici, fax e scansioni adesso devi riempire un vuoto che non riuscirebbe a colmare nemmeno il più inguaribile degli ottimisti.
E poi c’è la domanda più terribile, quella che ti risuona nella mente come quei tormentoni estivi che tanto si portavano una volta: “E se fosse colpa mia se sono rimasto senza lavoro?”
Ed è a quel punto che dovrebbe suonare il telefono.
Ma qualcosa di buono c’è anche in una situazione così disperata. Capisci una cosa importante, chi sono i tuoi amici e quanti ne sono.
E sono sempre pochi.
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questo è quello che ha scritto il mio amico.
io gli voglio dire, che pure se sta sotto a un ponte, io sto sempre qua che lo voglio bene.
a me non me ne fotte se uno fa la ricotta o se tiene lo stipendio fisso. se uno è mio amico, è mio amico sempre. jestemma comune, mezzo gaudio.
colonna sonora: enzo avitabile, ‘a peste.