ultimo post della trilogia settembrina.
settembre è anche sport. è il mese della ripresa delle attività fisiche dopo un’estate di gelati a pistacchio e fritture di paranza.
quando ero piccola io, si portava fare o danza o pallavolo. mamma mi iscrisse a ginnastica ritmica. immaginate una piccola pallina di lardo che fa capriole e salti con la spaccata terminanti in un mese bloccata nel letto per uno strappo inguinale. fine della carriera da ginnasta.
così, per andare incontro alle mie capacità motorie veramente limitate, fu la volta della pallavolo.
il sogno di ogni infante femmina degli anni ’90 era diventare una specie di mila e shiro. magari, solo mila però.
il nostro maestro era una specie di naziallenatore, ma erano anche altri tempi.
sulla scia di questo amarcord ginnico, mi ricordo che.
mi ricordo che la prima cosa che ci venne insegnata fu il rispetto per il tuo allenatore.
“quando parlo io, mute dovete stare.”
mi ricordo i momenti simpatici e le battute sempre delicate del nostro allenatore.
“adesso ti misuro e vediamo quanto sei corta.”
mi ricordo che ci venne insegnato il bon ton meridionale della pallavolo.
“quanto fate la schiacciata, nel salto, chiudete quelle gambe! ché le puttane tengono le gambe aperte!”
mi ricordo i bei momenti di fine allenamento quando, tutte sudate e sfinite, l’allenatore ci premiava con parole rassicuranti.
“che schifo oggi, ragazze.”
mi ricordo che il nostro allenatore ci insegnava che dovevamo essere dedite allo sport in modo assoluto. l’ancien régime della pallavolo.
“ho saputo che stasera devi andare a una festa. TU STASERA NON VAI DA NESSUNA PARTE PERCHé DOMANI DOBBIAMO GIOCARE. POI STAI TUTTA INZALLANUTA. mi sono spiegato? vedi che ti controllo.”
ma con tutta la buona volontà, a mila ce la sognavamo.
se sei alta un metro e sessanta non diventi mila e shiro, diventi al massimo i gremlins.
ma comunque, ce lo ricordiamo con affetto il nostro allenatore. quando seppi che si era sposato mi chiesi chi cazzo se l’era preso.
erano altri tempi. bei tempi.
mo’ vado in bici.